(Articles on Technology and Economy: follow this link)
Il terzismo che avanza
Tradizione e progresso, economia ed ecologia, patria e solidarietà, globalizzazione e giustizia sociale non devono necessariamente essere in conflitto. Elogio dei terzisti.
di Bruno Giussani
20 gennaio 2003
Un nuovo soggetto politico si aggira per l'Europa -- e per la Svizzera. Non è né di destra né di sinistra. Non è neanche centrista, perlomeno non nel senso di "equidistante". E' stufo degli eccessi dogmatici degli ultimi dieci anni. Del "politicamente corretto" e del buonismo nei quali è irrigidita la sinistra, del neoliberalismo nel quale è ingabbiata la destra, e della pretesa di entrambi di essere "moderni". E (qui sta la novità) lo dice apertamente. Rivendica il suo diritto di essere critico, di pensarla diversamente, di valutare i problemi in modo spassionato e pragmatico, di ignorare le divisioni partitiche e le certezze ideologiche, di esprimere i suoi dubbi, di esercitare il suo buon senso.
In Europa, l'espressione di questa nuova "terza" corrente dipende naturalmente dal contesto di ogni paese. In Francia, dove la cultura politica e mediatica è stata a lungo dominata dalla sinistra chic, la incarnano personaggi come il filosofo Luc Ferry, ex-mitterrandiano diventato ministro dell'educazione di Chirac, o Alain Minc, affarista e teorico spregiudicato che in un libro recente, "Epistola ai nuovi padroni", se la prende con i "nuovi benpensanti" di ogni bordo. In Italia, dove ormai tutto in politica si definice in relazione a Berlusconi, il "terzismo" è impersonato da coloro che cercano una via d'uscita a questo scontro fra i "pro" e i "contro", e ne è capofila quasi casuale ma molto ascoltato Paolo Mieli, storico e ex-direttore del Corriere della Sera, che sullo stesso quotidiano tiene la rubrica della posta dei lettori.
In Svizzera emergono figure simili. Roger Köppel, il direttore della Weltwoche, per esempio. Quando l'ha preso in mano, era un settimanale di sinistra, ora scrive che gli svizzeri ne hanno abbastanza dell'eredità ideologica del Sessantotto, che le tasse in questo paese sono troppo alte e ciò nuoce all'economia, che la costruzione europea non è solo un successo, e nel contesto politico odierno dominato dal pessimismo pubblica un'edizione intera dedicata alle "ragioni per essere ottimisti" (e ne trova molte e molto buone). O Beat Kappeler, ex-sindacalista e sottile economista, le cui analisi oggi sono un raro esempio di applicazione del buon senso. O ancora Jean Romain, il filosofo romando con il quale il presidente della Confederazione Pascal Couchepin ha scritto il suo libro "Credo all'azione politica". E anche l'ex-presidente del partito socialista svizzero, Peter Bodenmann, nella sua incarnazione più recente può essere inserito in quest'elenco.
Naturalmente, si sono tutti fatti insultare. Ferry, Minc e gli altri in Francia sono stati trattati da "reazionari". Mieli è stato etichettato "cerchiobottista" (da "un colpo al cerchio e l'altro alla botte"). In Svizzera, i terzisti sono visti, in particolare a sinistra, come traditori e neoconservatori. In realtà, sono degli spiriti liberi, raziocinanti, concreti, non legati a vecchi tabù. Sono quindi difficili da incasellare in un profilo coerente. In generale i terzisti (e sono molti) rifiutano tanto il ricatto neoliberale e la retorica blocheriana che "la rappresentazione ultrasemplificata della lotta del bene, dei buoni e generosi sentimenti di chi è schierato dalla parte dei supposti deboli, contro il male dei ceti dominanti" (Mieli). Pensano che tradizione e progresso non siano in conflitto. Che un'economia più competitiva può andare d'accordo con un ambiente meglio protetto. Che esprimere sentimenti patriottici non significa essere nazionalista. Che la solidarietà con i rifugiati è sacrosanta ma che è anche giusto usare estrema severità con gli asilanti criminali. Che la globalizzazione ha molti difetti ma ha anche prodotto molti risultati positivi. Che vi è una vera necessità di rilancio economico ma che la ristrutturazione dei servizi va nella direzione sbagliata e la liberalizzazione delle telecomunicazioni e del mercato dell'energia pure. Che il sistema pensionistico ha funzionato benissimo finora, ma il crescente disequilibrio generazionale lo mette a rischio e richiede misure radicali e creative. Che la scuola va riformata, e in fretta, non per aggiustarla ai bisogni dell'economia ma per evitare di crescere generazioni di disadattati sociali. Che gli omosessuali hanno gli stessi diritti degli altri ma la "gay pride" è un esibizionismo eccessivo. Che il velo islamico in classe lo si può portare, ma anche che il crocifisso appeso al muro non si tocca. Eccetera.
Insomma, dicono "cose di destra" e "cose di sinistra" e non vi vedono nessuna contraddizione. Fondamentalmente, pensano che l'allargamento continuo dei diritti individuali è una cosa giustissima, ma che questi debbano essere bilanciati da una serie di "doveri" essenziali per l'equilibrio delle istituzioni e della comunità, e che questi doveri si sono persi per strada ed è ora di ritrovarli. Non parlano necessariamente di "morale": parlano di regole uguali per tutti e di rispetto, di logica e buon senso.
Caratteristica del terzismo è quella di non avere ancora una rappresentanza politica strutturata. Neppure potrebbe averla nel contesto attuale, dove i partiti, le ideologie e le istituzioni che hanno finora definito l'ordine sociale e politico sembrano incapaci di affrontare le nuove sfide e opportunità. Il terzismo quindi si esprime per ora soprattutto nella società e nei media. Ma è indiscutibile che l'evoluzione demografica, culturale, economica e tecnologica di un paese non potrà per molto tempo rimanere orfana di una profonda trasformazione del suo paesaggio politico.
(copyright Bruno Giussani)
Back to the list of articles