Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
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Si può ancora parlare della guerra?
"Siamo tutti in qualche modo sotto le bombe". Ma siamo anche tutti "d'accordo di imparare uno dall'altro"?
di Bruno Giussani
6 aprile 2003
1. Cena a casa di amici. Convenevoli, aperitivo, poi ci sediamo a tavola. E inevitabilmente qualcuno inizia a parlare della guerra in Irak. Di quanto è illegittima e orribile e di come gli americani dovrebbero fare subito le valigie e tornarsene a casa. Dall'altro lato del tavolo un altro risponde: "Vorresti darla vinta a Saddam?". Risposta rabbiosa: "Essere contro Bush non vuol dire essere con Saddam!". Sono passati forse novanta secondi dall'inizio della discussione e il livello sonoro è già salito di molti decibel. La padrona di casa arriva dalla cucina, con le mani in avanti: "No, no, di guerra questa sera non si parla! Non roviniamoci la serata". Lo dice con una tale urgenza nella voce da zittire tutti. Dopo qualche attimo di imbarazzato silenzio la discussione riprende su altri temi, e dell'Irak non si fa più parola. Dopo cena le chiedo il perchè di quella concitazione, e mi spiega che dopo parecche discussioni terminate in urla e litigi, lei e il suo partner hanno deciso che il tema guerra, in casa, è ormai tabù. Ho chiesto un po' in giro e altri mi hanno detto la stessa cosa. Ci sono coppie che per lo stesso motivo non guardano più il telegiornale assieme.
2. Domenica scorsa ho pubblicato un articolo titolato "Perchè non si può non stare con gli USA". Vi esprimevo - con argomenti ma anche, credo, con rispetto per chi vede le cose diversamente - essenzialmente tre cose: 1. siamo tutti contro la guerra e per la pace; 2. oggi la guerra c'è, e anche se la si ritiene sbagliata e illegittima e imperialista (lo è) non si può che sperare che la guerra finisca presto, con il minor numero possibile di vittime, e con un chiaro vincitore; e 3. che vince e chi perde non è indifferente: devono vincere gli americani e perdere Saddam. Non credevo di aver insultato nessuno, e invece sì. Fra le molte lettere ed e-mail ricevuti, in mezzo a profondi e lucidi ed educati punti di vista per e contro, c'erano anche messaggi di lettori che urlavano "non sono ASSOLUTAMENTE con gli americani!", che hanno disdetto l'abbonamento al giornale perche si sono "sentiti offesi personalmente" dall'articolo, o che hanno risposto mandando elenchi di dittatori che gli USA hanno sostenuto in giro per il mondo, pieni di epiteti e punti esclamativi.
(Bandiere a Bellinzona, 2 aprile 2003. Foto B.G.)
3. La guerra è sporca. La guerra è complicata, questa più di molte altre. La guerra è opaca: delle vere ragioni, delle vere logiche, della verità dei fatti sul terreno non sappiamo nulla. Ma in guerra la gente (tutti, civili e militari) soffre e muore, questo lo sappiamo. E soffre ed è in gioco anche la nostra umanità, la nostra identità di umani. "Siamo tutti in qualche modo sotto le bombe", mi ha scritto una collega della Radio Svizzera dopo l'articolo di domenica scorsa, e ha ragione. Per questo la guerra suscita reazioni estreme. E per questo è importante conservare la capacità di parlarne in modo razionale anche da punti di vista totalmente opposti. L'altro giorno in Piazza Magoria a Bellinzona per la prima volta ho visto una bandiera americana sventolare da una finestra, mentre da un altro piano della stessa casa sventolava la bandiera arcobaleno della pace: non mi sono sembrate incompatibili. Lo stesso giorno amici americani mi hanno raccontato la vicenda del senatore Max Baucus, un Democratico del Montana, che sostiene al Congresso lo sforzo bellico di Bush. Sua moglie, contraria alla guerra, ha appeso alle finestre della loro casa una bandiera americana con le stelle sostituite da colombe della pace e la scritta "La pace è patriottica". Articoli sui giornali e imbarazzo politico, fino a quando la coppia ha rilasciato una dichiarazione dicendo di aver discusso a lungo e di "essere d'accordo di imparare uno dall'altro".
(copyright Bruno Giussani)
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