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Bruno Giussani - Articles on Politics and Society
(Articles on Technology and Economy: follow this link)

In un mese attraverso quattordici "non-luoghi"

Gli aeroporti "sono le metropoli postmoderne", percorsi lungo la via per altrove.

di Bruno Giussani
30 ottobre 2005

Nell'ultimo mese i viaggi di lavoro mi hanno portato attraverso quattordici aeroporti: LGW-LHR-CDG-GVA-LAX-SNA-SJC-SFO-MEX-DFW-LGA-PWM-BOS, più cinque passaggi per Zurigo (ZRH).

Dappertutto le procedure di imbarco e sicurezza sono diventate lunghe e penose. Negli Stati Uniti sono quasi paranoiche e spesso (quattro anni dopo l'11 settembre) hanno ancora una patina d'improvvisazione. Le file si moltiplicano: fila al check-in, fila al metal-detector (con regole imperscrutabili e contraddittorie: a Dallas e Boston tutti dovevano togliersi le scarpe e passarle nello scanner, a San Francisco no), fila per imbarcarsi, fila alla dogana (idem: a Los Angeles hanno guardato il mio visto da giornalista e mi hanno lasciato passare senza far domande, mentre a Santa Ana mi hanno "identificato" per un controllo di sicurezza supplementare, con tanto di braccia alzate).

Risultato: i passeggeri trascorrono sempre più tempo in aeroporto e col prolungarsi della loro presenza gli aeroporti si sono trasformati. Erano punti di partenza e arrivo (e di bagagli smarriti). Sono diventati centri commerciali, spazi di divertimento, di ristorazione, d'informazione, di preghiera (quasi dappertutto ci sono luoghi di culto per varie confessioni), di riposo, di seduzione, di sperimentazione (dai nuovi formati pubblicitari all'ingegneria sociale delle "classi": la "lounge" per la prima classe qui, quella per la classe economica in fondo al corridoio). E anche spazi di paura. Ma non sono ancora diventati dei "luoghi" a pieno titolo: non hanno una storia propria, tradizioni, lingua. Prendono in prestito briciole di tutto ciò da coloro che li attraversano, ma rimangono dei "non-luoghi" percorsi lungo la via per altrove.

Ho annotato qualche tempo fa questa frase dello scrittore Pico Iyer: "gli aeroporti d'oggi hanno una cultura propria, o piuttosto una non-cultura. Sono spazi generici dove gente proveniente da centinaia di paesi si trova riunita ma non comunica. Gli aeroporti sono le metropoli postmoderne". Si trovano al centro di un viluppo di caratteristiche che definiscono la nostra era: mobilità, velocità, anonimato, diversità, globalismo, ma anche nazionalismo e diffidenza.

Quando si attraversano tanti aeroporti in poco tempo, non si può non notare la loro crescente omogeneità. Certo, ciascuno ha un carattere proprio: condiscendente (Zurigo), caotico (Dallas), cosmopolita (Los Angeles), grandioso e semivuoto (Città del Messico), aristocratico (Boston), sovraccarico (Londra-Heathrow), sbarazzino (Portland), tecnologico (San José), formale e disorganizzato (Parigi), efficiente (Ginevra), agile (New York-La Guardia). Ma sempre più spesso se ne lascia uno per atterrare in un altro che gli assomiglia: gli stessi negozi, gli stessi servizi, l'inevitabile caffé Starbucks, gli schermi della CNN, gli stessi giornali internazionali in vendita all'edicola.

Non si può ignorare la sensazione di non trovarsi veramente da nessuna parte, con l'unica costante rappresentata dalla valigia che ti accompagna e che in qualche modo diventa la tua casa, ridotta ai minimi termini e compressa in uno spazio minuscolo. Si impara ad osservare le valigie degli altri, perchè una valigia spesso dice molto sulla persona che la trasporta (o che la trascina).

Eppoi, per fortuna, ci sono il computer e il telefono cellulare. Due terminali elettronici portatili, quindi senza luogo proprio, che ci collegano a casa, all'ufficio, agli amici mentre transitiamo attraverso quei "non-luoghi" descritti da sigle di tre lettere.

(copyright 2005 Bruno Giussani)
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